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Se non appari non esisti... PDF Stampa E-mail
Scritto da Daniele Damele   
lunedì 18 agosto 2008

C’è una situazione che provoca problemi: la percezione della realtà rappresentata dai media, vecchi e nuovi, è più importante della realtà stessa, obbliga tutti a rincorrerla, nell’inconsapevolezza generale che la realtà vera quasi sempre è un’altra. A questo si somma l’indispensabilità di apparire altrimenti non si esiste, ovvero è come non aver fatto nulla. Se non appari non esisti.

Questi concetti sono passati, da tempo, anche tra i nostri giovani. Qualcuno di essi reagisce male con conseguenze negative.

Ci siamo forse scordati della 15enne violentata da quattro coetanei che hanno filmato tutto con il cellulare per mostrare la scena agli amici?
 
Gli stupratori erano studenti dello stesso Istituto tecnico che frequentava la vittima. Tutti di 15 anni: la ragazza venne violentata da quattro coetanei che filmarono la scena con il cellulare perché il divertimento dura settimane se puoi mostrare come è andata agli amici e vantartene con loro. Sono stati indagati, ma lasciati liberi. “Sono bravi studenti – dissero i professori che caddero dalle nuvole – mai una nota, mai un problema”. Nessuno si accorse di nulla.

Così gli adolescenti che accettano di farsi riprendere nudi (si chiama prostituzione giovanile con sconfinamenti nella pedofilia) in cambio di ricariche per il telefono cellulare.

Ma non basta. Alcuni ragazzi si sono resi protagonisti nei mesi scorsi di una ripresa tramite videofonino per poi far finire in internet di una studentessa costretta a spogliarsi durante una gita: 13 le sospensioni maturate.

Bisogna apparire e spingersi sempre più in la, così lo stupro di gruppo ha come finalità YouTube. Gli esperti asseriscono che “i ragazzi, inconsapevoli della violenza, usano il sesso per esibirsi”.

Fare l’amore diventa come stringersi la mano, il modo più veloce per conoscersi e anche per farsi conoscere dal mondo.

L’amore va esibito, altrimenti non è vero, c’è bisogno di Internet per entrare nel reale. Così sempre più spesso si usa il sesso per finire su “YouTube”, in quanto se gli altri non ti vedono perché lo fai? Le scene hard sono le più cliccate, ma si deve esagerare per avere pubblico, niente di più facile che si arrivi, quindi, anche alla violenza di gruppo pur di essere guardati.

I ricordi di una gita scolastica una volta erano il fare tardi a strimpellare la chitarra cantando in gruppo, oggi sappiamo che dei quattordicenni con il videotelefonino in mano inquadrano il caos di una stanza di un albergo. Due ragazze e cinque ragazzi, un altro riprende e dirige gesti e volontà: tu sfilati la maglietta, tu mettiti in ginocchio, tu avvicinati e toccala. Per qualcuno è la prima volta, ma è come se non fosse la sua, il tipo strano del gruppo – quello all’apparenza più molesto – si ribella e non ci sta. Le ragazze ci stanno, magari il desiderio è solo quello di mostrarsi nel video e non di fare l’amore eseguendo dei comandi.

Insomma si stupra l’amica, la compagna di classe per riprendere la scena e mandarla in rete o lasciarla nei telefonini da mostrare agli altri. Si recita il sesso violento perché “picchiare il compagno handicappato è ormai troppo poco, comportarsi da bulli in classe anche, su YouTube lo fanno tutti. Ci vuole qualcosa di più forte come lo stupro”.

Vittime e stupratori sono inconsapevoli di quello che fanno, incapaci a volte di riconoscere la violenza.

In alcuni casi il consenso della ragazza c’è, ma solo apparente, anche loro sembrano non rendersi conto. I ragazzi hanno difficoltà a riconoscere le proprie emozioni e quelle degli altri, non capiscono che il no è no. Tutti e due comunque utilizzano l’atto sessuale estremo per esibizionismo, per affermare la propria identità. Meglio un’identità negativa che passare inosservati. Le riprese on line mostrano bagni della scuola, il più delle volte, scuole, discoteche, giardinetti, parcheggi e anche case.

Ci si sballa, si perde il controllo e si fa violenza. Ed è fallimentare e traumatica la ricerca di un contenimento, di un limite che i genitori non riescono a dare. Se non capiscono l’entità della violenza che adoperano è perché la risposta dei genitori è inadeguata.

Quelle descritte sono situazioni estreme, è vero, ma (ahimé) sempre più diffuse. C’è un intreccio perverso tra sessualità e sballo, si beve, si prende di tutto e crolla qualsiasi controllo, con la conseguenza che tante volte non ci si protegge più. Non è un caso se tra le adolescenti aumentano le infezioni trasmesse nei rapporti sessuali. E così pure gli aborti tra le minorenni, anche se c’è da considerare l’incidenza delle straniere.

Accanto a ragazzine esageratamente disinvolte (si spogliano davanti alla web-cam per la ricarica alla scheda telefonica, si mettono con gli adulti anche solo per i regali, rimorchiano sulle chat) c’è un esercito di coetanei che arriva più tardi a conoscere il sesso vero, appagati come sono da quello virtuale.

Ma se sempre più giovani sono alle prese con foto, film e immagini private condivise sul web, i datori di lavoro e le università inglesi vanno a caccia di dati sul web per valutare i candidati. Così la smania di raccontarsi in rete possono rovinare la carriera. La generazione “look-at-me” può divenire preda dei cacciatori di teste.

Alcuni dati: sono 65mila i filmati aggiunti ogni giorno nella solo Youtube e venti milioni gli utenti al mese. Il 60% dei giovani non teme che le informazioni restino in rete nel futuro.

La “Look at me generation” è quella degli adolescenti che esistono solo se fotografati, filmati e sovraesposti all’infinito, quelli che il privato è pubblico, che il grande fratello è preistoria (meglio condividere la vita vera), ed ecco le mie imprese: guido a mille sull’autostrada mi travesto da kamikaze mi spoglio dietro la lavagna.

Il garante inglese ha lanciato un allarme: i cacciatori di teste e i datori di lavoro vanno in cerca dei dati inseriti dai ragazzi su internet e nei vari blog o siti di video sharing per valutare attitudini e tendenza alla violazione delle regole. Attenzione, dunque, non diventate delatori di voi stessi.

I dati inseriti potrebbero venire utilizzati da chi vuole profilare i ragazzi e dopo anni scopre che quel tale sniffava, si sballava, tornava ubriaco alle 5 di mattina…

Quanto ai dati messi online, il 60% pubblica la sua data di nascita, il 25% il tipo di scuola o lavoro e quasi il 10% l’indirizzo di casa. Sono queste, tra l’altro, le informazioni più utilizzate per creare password, a cui si aggiungono nomi di sorelle, fratelli o animali domestici, che diventano preziose per chi commette i furti d’identità.

I ragazzi pensano di avere tale padronanza delle tecnologie da esserne protetti, tanto i genitori il computer non lo sanno nemmeno accendere. E il blog ha superato anche la chat, non è più uno strumento per comunicare ma per esibirsi, ti faccio vedere quanto sono speciale. Già lo divento per il fatto di essere su Internet (e chi non vuole andare in tv, dopo il Grande fratello?), poi mi sforzo di superare i limiti.

Ora i nostri figli hanno in mano uno strumento che non sono in grado di gestire e l’uso rischia di diventare tossico. Hanno un disperato bisogno di farsi vedere in una società fortemente massificata.

E che dire di “Scuolazoo”, il sito che rende celebri le imprese scolastiche: si possono ammirare lanci di zaini, cattedre e banchi in classe, funerali in corridoio, incappucciati con spade laser che liberano gli interrogati; più tutto il versante porno-pecoreccio, dalle ammucchiate sui banchi alle cosce della prof fotografate sotto la cattedra. Perché, dice la didascalia, “basta saper cambiare prospettiva”.

Condividono tutto: pensieri, immagini, prodezze. Senza preoccuparsi dell’uso o dell’abuso che può esser fatto delle informazioni personali inserite su YouTube, Myspace e i vari blog o social network.

Per gli adolescenti il telefonino è irrinunciabile e ha cambiato il loro modo di comunicare col mondo. Non è solo un telefono. Il cellulare, per i ragazzi è la porta di un mondo. Custodisce le foto più preziose, i messaggi che uno va a rileggersi, gli appuntamenti, la colonna sonora della giornata. È il lasciapassare per le feste, è la via per aprirsi al mondo.

Un’attrazione irresistibile viene esercitata anche dai videogiochi (li usa il 38%), dagli sms e dalla fotocamera digitale. Il messaggino, anche se il più caro d’Europa, è il vero re delle comunicazioni; seguito da fotocamera, videogiochi e dal download di suonerie e loghi.

Ci si può chiedere quanto sia necessario e opportuno che i bambini crescano con l’idea che la comunicazione debba essere sempre immediata, non differibile, al punto da vivere il divieto a tenerlo acceso in classe come un sopruso così come del resto avviene per molti adulti, che non hanno alcuna remora a imporre ai compagni di autobus o di treno il resoconto dettagliato dei propri affari, inclusa la propria intimità.

È chiaro che se una ragazzina si fa fotografare mentre si spoglia, o un ragazzino filma l’aggressione a un compagno, il problema non riguarda innanzitutto l’uso del cellulare, ma il modo in cui quella ragazzina sta costruendo la propria immagine di sé, in cui quel ragazzino sviluppa il senso di responsabilità e di rispetto verso gli altri. Che quelle foto vengano prima fatte e poi messe in circolo aggiunge tuttavia una nuova dimensione a quei fenomeni, amplificandoli e aggravandoli.

Che fare? Da una parte occorre sanzionare i comportamenti fuorvianti. Giusto infliggere nove mesi di lavoro in strutture di volontariato ai quattro ragazzi colpevoli di aver realizzato con i cellulari, durante una festa, un filmino che ritraeva una loro amica consenziente in atteggiamenti piuttosto audaci.

Ma non basta, occorre un nuovo progetto educativo che coinvolga tutti, scuole, università, operatori della comunicazione, famiglie, istituzioni, tutti uniti per un uso consapevole dei media e per una nuova stagione di valori per i nostri giovani.

Daniele Damele
Ultimo aggiornamento ( venerdì 12 settembre 2008 )
 
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